Strano ma vero! Il grande Brunello di Montalcino, uno dei vini di punta dell’enologia italiana, apprezzato in tutto il mondo, ha conosciuto la gloria solamente a partire dagli anni ottanta del secolo scorso, grazie alla famiglia toscana dei Biondi Santi. Questo vino nacque a fine Ottocento grazie a Ferruccio Biondi Santi, il quale, forte dell’esperienza vitivinicola del nonno materno, Clemente Santi, farmacista, ma studioso dell’agricoltura senese e appassionato viticoltore, selezionò un particolare clone di Sangiovese, detto “grosso”, nella sua Tenuta del Greppo a Montalcino.

Le uve di questo vitigno, vinificate rigorosamente in purezza, diedero avvio a una nuova formula che divenne un successo non solo per la viticoltura locale, ma anche per tutta la Toscana. L’idea di vinificare da solo il Sangiovese “grosso”, senza ricorrere ad altre uve, fu un’idea rivoluzionaria per quei tempi, poiché in tutto il resto della regione non esisteva alcun vino prodotto con una sola varietà, tanto meno basato solo sul Sangiovese, quasi sempre vinificato con l’apporto di altre uve quali Canaiolo Nero, Ciliegiolo, Colorino, Mammolo, Malvasia Nera, e talvolta anche di uve bianche di Trebbiano Toscano o di altre Malvasie (basti guardare il disciplinare del Chianti di qualche decennio fa).

Per lungo tempo la storia del Brunello fu monopolio e vino aziendale della famiglia Biondi Santi; i discendenti di Ferruccio, Tancredi prima e Franco poi, seppero apportare quei miglioramenti che hanno reso questo vino un vero fenomeno enologico, tanto da spingere un numero sempre crescente di aziende a produrlo sui suoli collinari e con le migliori esposizioni del solo Comune di Montalcino. In particolare Tancredi si rese conto della necessità di procedere alla ricolmatura delle vecchie riserve che stavano calando di livello; le stappò, controllò che il vino fosse ancora perfetto, le ricolmò con vino della stessa annata e le ritappò (un rito che fece per la prima volta per le mitiche riserve 1888 e 1891).

Il suo ultimo atto fu proprio la storica cerimonia di ricolmatura delle vecchie riserve 1888, 1891, 1925 e 1945, avvenuta nella primavera del 1970 alla presenza di grandi personaggi del calibro di Mario Soldati, Luigi Veronelli e Paolo Maccherini. E Mario Soldati, riferendosi a quella circostanza, nel libro “Vino al vino” scrisse: “sono caduto in ginocchio come davanti ad un piccolo miracolo”. Ma allora, se di miracolo si è trattato ecco che il titolo di questo articolo trova la sua piena giustificazione.

Michele Nardozza