Nils Liedholm è stato un grande calciatore, un grande allenatore, ma soprattutto un grande uomo. Nato in un piccolo villaggio della Svezia, era soprannominato il “barone” più per la sua classe innata, per la sua estrema eleganza e per la sua grande signorilità, che lo contraddistinsero sempre, sia in campo che fuori, che per aver sposato una nobildonna piemontese. In Italia arrivò nell’estate del 1949 con l’idea di rimanervi al massimo un paio d’anni e poi di ritornare in patria a cui era legatissimo; e invece l’Italia lo stregò a tal punto che vi rimase per tutta la vita. La sua carriera lo portò a vivere in diverse grandi città italiane quali Firenze, Verona, Varese e soprattutto Milano e Roma con cui ebbe sempre un legame ed un affetto particolari.

Ma oltre al suo grande amore per l’Italia e per il calcio, sviluppò, quasi per caso, un’altra grande passione: quella per il vino.

In un’intervista di diversi anni fa raccontò un curioso aneddoto di come tutto ebbe inizio. Quando arrivò in Italia, all’età di 27 anni, era astemio e non aveva mai bevuto alcolici, al massimo della birra; cominciò a soffrire di cali di pressione che a volte gli procuravano una debolezza tale da non riuscire quasi a stare in piedi; si rivolse allora al medico sociale della squadra, il quale gli chiese cosa bevesse durante i pasti, e lui rispose: “latte”; allora il dottore gli disse che non andava bene, ma che doveva bere del vino, meglio se Barolo; da quel momento ne bevve almeno un bicchiere al giorno, tutti i giorni, e non ebbe più problemi di pressione.

In un certo senso quel bicchiere di vino gli salvò la carriera.

Poi quando smise i panni del calciatore e divenne allenatore, nel 1973 acquistò la tenuta di Villa Boemia, a Cuccaro Monferrato in provincia di Alessandria, già dotata di vigneti di Barbera e di Grignolino, e iniziò a produrre vino per uso familiare. Negli anni seguenti, vista l’ottima qualità e le richieste sempre maggiori del mercato, decise di produrre vino anche per il commercio. Nacque così, nel 1985, la cantina per la vinificazione, lo stoccaggio e l’imbottigliamento dei prodotti secondo le più moderne tecnologie, che gestì con il figlio. Fecero anche impiantare nuovi vigneti di varietà diverse da quelle tradizionalmente coltivate in zona, come Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Pinot Nero. I risultati furono eccellenti e il vino prodotto era molto apprezzato, non solo in Italia, ma anche in Svezia e negli Stati Uniti, paesi dove era maggiormente esportato. Nel 1997 terminò la sua carriera di allenatore e per un periodo fece anche il commentatore sportivo in TV, ma gli ultimi anni della sua vita li trascorse nella sua amata tenuta, dove morì nel 2007 in seguito ad una lunga malattia che lo costrinse anche sulla sedia a rotelle. Da allora riposa insieme alla moglie nel cimitero monumentale di Torino, grande tra i grandi.

Michele Nardozza